Raccontare la storia di Alte Ceccato non è un’operazione nostalgia rivolta al passato, ma un passaggio di testimone fondamentale per le nuove generazioni. Significa ricordare ai giovani che questo territorio è nato dal lavoro e dall’audacia di partire dal nulla e da una visione imprenditoriale unica. In questo solco si inserisce l’incredibile avventura di Sorelle Ramonda, una realtà che ha unito le sorti della propria famiglia a quelle del paese. Giuseppe Ramonda – insieme a una delle voci della seconda generazione aziendale, suo figlio Giuseppe Nicola – ripercorre le tappe di un successo nato negli anni ’30 con il baratto di nonna Amelia e fiorito ad Alte a partire dal 1954, sotto lo sguardo incoraggiante di Pietro Ceccato. Dal piccolo negozio di scampoli venduti a peso fino ai 18.000 metri quadrati di oggi, emerge il ritratto di un’azienda monumentale che non ha mai perso la sua anima: 120 famigliari capaci di mettere la trasparenza, il servizio e il rapporto umano al di sopra di ogni logica impersonale della grande distribuzione.
di Flavia Dian

Parlare di Alte Ceccato oggi non è un’operazione nostalgia per dire “che bello quando eravamo negli anni ’50”. Significa, soprattutto per i giovani, fermarci e riflettere su ciò che è stato, ma soprattutto sul valore del lavoro. Tanto lavoro, vero Giuseppe?
“Eh sì, tanto lavoro” (e sorride).
Pietro Ceccato aveva lanciato l’idea di una città costruita intorno al lavoro. Raggiungendo il suo ufficio, oggi, ho sentito il profumo delle stoffe e dei tessuti. Voi siete nati così?
“Siamo partiti esattamente così, con un negozio di scampoli e tessuti, nel 1954. Poi, negli anni ’60 abbiamo iniziato a vendere gli abiti confezionati: una vera evoluzione, una grande innovazione. Prima di allora non lo faceva nessuno.”
Come erano i vostri clienti alla fine degli anni ’50? Chi veniva in negozio?
“Venivano soprattutto le donne. Venivano a comprare gli scampoli che esponevamo in vetrina e che vendevamo a peso, a pochissimo, l’equivalente di 3 o 4 euro al chilo di oggi. Ricordo bene le domeniche mattina di quegli anni, tra il 1954 e il 1956, quando aprivamo il negozio. Un giorno venne il signor Pietro Ceccato in persona. Si fermò a parlare con mia sorella Maria e le disse: “Brava Maria, vedrai che farai fortuna”. Lei si commosse, si mise a piangere dalla gioia. Le parole di quell’uomo ci davano una forza e un coraggio enormi per andare avanti. E così abbiamo continuato, restando aperti tutte le domeniche in orario continuato.”

Si ricorda le donne che arrivavano dalla campagna dei dintorni?
“Non solo, venivano anche da Vicenza, ma col tempo anche da Milano, da Roma… persone di passaggio che si fermavano da ogni parte. Da lì abbiamo iniziato ad allargarci. Il primo negozio era di appena 120 metri quadrati. Nel 1962 siamo passati a 2.400 metri quadrati; nel 1973 siamo arrivati a 10.000; nel 1992 a 12.000, fino ad arrivare ai 18.000 metri quadrati di oggi.”
Alte si lega indissolubilmente alla vostra storia. Tantissime persone sanno posizionare geograficamente Alte Ceccato proprio perché c’è il grande punto vendita delle Sorelle Ramonda. Portate il nome di questo paese ovunque. Come ha visto cambiare Alte dagli anni ’50 a oggi?
“L’ho vista crescere anno dopo anno grazie alle nuove famiglie. Soprattutto nei primi anni ’60 c’è stato il boom: aumentavano le industrie, aumentavano i negozi, aumentava la gente. E le persone avevano bisogno di servizi. Noi siamo cresciuti insieme al paese.”

Voi coltivavate il sogno della bellezza, dell’essere vestiti bene…
“Abbiamo sempre cercato di offrire la qualità. Non solo il prezzo, ma la qualità, sia nei tessuti che nell’abbigliamento.”
A proposito di tradizioni, vogliamo parlare dell’asciuga-piatti che è diventato un vero e proprio simbolo dell’azienda?
“Sì, abbiamo iniziato a regalare l’asciuga-piatti personalizzato in omaggio. Mia sorella Maria aveva l’idea che, poiché i clienti facevano tanta strada per raggiungerci, meritassero un premio, un segno di attenzione.” (Si unisce il figlio Giuseppe Nicola) “Credo che in ogni famiglia di Alte ci sia almeno un nostro asciuga-piatti con il logo Sorelle Ramonda! Da lì è nata l’idea di raccogliere tutti i modelli storici, dalla fondazione in avanti. Spesso sono i clienti stessi a portarceli dicendo: “Io ho quello del ’72, io ho quello del ’68!”. La vera qualità si vede anche da questo: sono oggetti che resistono al tempo e che, dopo decenni, funzionano ancora benissimo.”

La vostra è una grande azienda famigliare è c’è una particolarità: siete tantissimi!
(prende la parola il figlio Giuseppe) “La nostra unicità è che siamo una famiglia immensa: oggi siamo in 120! All’epoca dei fondatori erano otto fratelli, ora ne sono rimasti quattro (i fratelli rimasti sono tre, Giuseppe Ramonda è mancato il 4 settembre 2026). Di questi 120 discendenti, circa una cinquantina lavorano attivamente nei nostri punti vendita. Il bello è che siamo riusciti a mantenere intatta la gestione familiare e lo spirito del “negozio di paese”, pur essendo diventati una catena di grandi dimensioni. Cerchiamo di mantenere un rapporto umano vero, basato sulla fiducia e sulla trasparenza, che è la grande lezione che ci hanno tramandato mio papà e le mie zie. Oggi la differenza si gioca tutta sulla relazione.”

È vero. Viviamo in un mondo in cui si fa fatica a stare insieme, siamo tutti di fretta e persino Alte a volte lamenta la mancanza di persone che si ritrovano in piazza come una volta, anche se oggi arrivano cittadini da tutto il mondo.
“Chiaramente la digitalizzazione ha portato a un grandissimo cambiamento nel nostro mestiere. Siamo in un’era in cui la relazione rischia di perdersi tra social network e intelligenza artificiale; c’è sempre meno dialogo. La nostra visione a lungo termine è quella di investire sul rapporto tra il cliente e il commesso. Per noi il commesso non è chi ti porge semplicemente un capo, ma una persona che ti ascolta e ti consiglia. Nascono rapporti personali profondi: ci sono clienti che scrivono ai commessi per dire “La settimana prossima ho una festa, cosa mi consigli?”, ricevono le foto sul telefono e poi vengono in negozio a ritirare l’abito. Abbiamo l’e-commerce e il marketing digitale, certo, ma la nostra missione fondamentale resta il servizio alla persona. Noi non abbiamo un brand nostro, vendiamo marchi altrui: la nostra unicità è il fattore umano. È questo che ci distingue dalle grandi multinazionali dove tutto è impersonale. Qui, la domenica, capita ancora di andare in cassa e trovare uno dei fondatori che ti fa il conto.”
Che è lo stesso identico approccio che avevano le sue zie quando aprirono il primo negozio di scampoli. Chissà quanti consigli davano su come fare un abito o sulla stoffa giusta! Chissà quante persone avete incontrato…
(Riprende la parola il padre Giuseppe) “Nei primissimi anni non avevamo nemmeno le casse! Si faceva il conto a mente o con la calcolatrice. La mattina le mie sorelle indossavano i grembiuli e io usavo le tasche per tenere i soldi. Che bei ricordi…”

Fa bene a ricordare questi dettagli. Oggi possiamo dire che i valori fondanti sono arrivati del tutto intatti alla terza generazione che già lavora in azienda.
(risponde il figlio Giuseppe) “Sì, e un’altra nostra grande unicità è che non ci siamo mai divisi. Spesso nelle storie aziendali familiari, a un certo punto, nascono spaccature tra fratelli o parenti. Noi siamo sempre cresciuti insieme: i nostri genitori hanno condiviso tutto per tantissimi anni, facevano persino le vacanze insieme. E noi più piccoli siamo cresciuti con lo stesso spirito, passando ogni Natale e ogni Pasqua uniti. Questo ci ha permesso di mantenere saldo il rapporto nel tempo. Ironia della sorte, credo sia più facile litigare quando si è in pochi rispetto a quando si è in tanti: quando si è un numero importante, una quadra si deve trovare per forza. Per mio papà la regola d’oro nelle riunioni è sempre stata una: si può discutere, ma alla fine si deve trovare un accordo. Non si va mai via con il magone o con un problema irrisolto. Infatti, finita la riunione, si va tutti a pranzo o a cena insieme e si ritorna a essere semplicemente una famiglia. Quella dimensione contadina e modesta da cui proveniamo ci ha insegnato a stare vicini, ed è stata la nostra fortuna.”

Un forte senso di comunità che vi ha portato grandi frutti. Ma facciamo un passo indietro: perché Giuseppe avete deciso di aprire proprio ad Alte Ceccato nel 1954, lasciando Rosà?
(risponde il padre Giuseppe) “A Rosà avevamo già un negozio avviato, che è sempre rimasto aperto ed era gestito da mia mamma Amelia. Lei aveva iniziato il percorso addirittura negli anni ’30. E’ lei la vera fondatrice della dinastia. (guarda con affetto la grande foto, appesa dietro la sua scrivania). Negli anni della guerra e della povertà, lei aveva iniziato l’attività a Rosà attraverso il baratto: scambiava le uova e i polli della campagna con le stoffe. A quel tempo, si campava così.”

Quindi la pioniera è stata una donna, la signora Amelia. Ma come siete arrivati ad Alte?
“Siamo arrivati ad Alte con la mamma nel 1954. Abbiamo rilevato un piccolo negozio di scampoli che esisteva già, Mamma Gigetta. Abbiamo guardato questo posto e abbiamo capito che c’era qualcosa che stava partendo, che c’era un forte fermento. Così abbiamo scommesso su Alte. Con il crescere della comunità di Alte e del flusso di persone, siamo cresciuti, di pari passo, anche noi.”

