Armando Graser, figura simbolo della “Cantina Sociale dei Colli Vicentini” di Alte Ceccato apre il libro dei ricordi, che si estendono dal 1956 — anno della sua prima vendemmia e dell’inaugurazione della struttura — fino al suo pensionamento nel 2007. Armando ripercorre non solo la propria straordinaria carriera da operaio a storico capo cantina e Maestro del Lavoro, ma offre anche uno spaccato vivido del boom economico, del legame con l’imprenditore illuminato Pietro Ceccato e della profonda trasformazione agricola e industriale del territorio vicentino, lasciando un messaggio forte ai giovani, ma non solo.
di Flavia Dian
Dunque, Armando, facciamo un salto indietro nel tempo. Nel 1956 lei è un giovane che cerca lavoro. Quali sono stati i suoi primi passi?
“Nel 1956 cercavo un’occupazione dopo aver frequentato le scuole professionali serali, fortemente volute da Pietro Ceccato qui ad Alte. All’epoca non avevo ancora completato del tutto i miei studi, li ho finiti più tardi perché mi servivano. In quel periodo mio zio lavorava come capomastro alla costruzione della cantina. Grazie a lui, nell’aprile del 1956, ho iniziato a lavorare lì. I lavori della struttura sono terminati verso agosto o settembre; a quel punto sarei rimasto disoccupato, ma la sfortuna non mi ha toccato neanche per un giorno perché sono entrato subito come dipendente della cantina sociale. Quella del 1956 è stata la mia prima vendemmia. Anche se ero molto giovane, hanno avuto subito fiducia in me. In quell’anno la cantina ha lavorato circa 25.000 quintali di uva.”
Com’era la situazione della viticoltura in quel periodo nella zona di Montecchio Maggiore?
“Qui in zona non c’era quasi niente. C’era il Clinto, che dava un vino rustico, asprigno, dal colore intenso. Ora non si può commercializzare, ma a quei tempi era molto diffuso. Quell’anno abbiamo vinificato circa 7-8.000 quintali di uva Clinto nella zona di Montecchio. Poi, piano piano, quei vigneti sono stati estirpati per fare spazio a vitigni più moderni. La cantina ha iniziato subito a progredire, ampliandosi con nuove costruzioni ogni anno. All’inizio i soci erano pochi, ma poi sono aumentati notevolmente perché hanno capito che investire nel vigneto era redditizio. Qui si stava sviluppando l’industria, quindi non tutti potevano o volevano continuare a lavorare solo in agricoltura. Per me è andata bene: ho fatto il primo anno, poi la seconda stagione e poi ho continuato…”
C’è stato però un momento in cui ha rischiato di dover interrompere il lavoro per via della sua provenienza, giusto?
“Esatto. Io venivo da Brendola, andavo al lavoro in bicicletta, come gli altri. A un certo punto, però, mi dissero: “Guarda Armando, tu sei di Brendola e qui sei un estraneo. Non possiamo darti il nulla osta per lavorare a Montecchio, perché dobbiamo dare la precedenza ai nostri residenti”. Fortunatamente è intervenuto il mio direttore, a cui piacevo come lavoratore. Ha chiamato il vicepresidente della cantina, il signor Giuseppe Girotto, che era anche il sindaco di Brendola. In cinque minuti ha risolto il problema e mi hanno fatto avere il nulla osta. Gli abbiamo fatto capire che i vigneti erano tanti anche a Brendola, e quindi anche noi brendolani avevamo il diritto di esserci (sorride)”.
Quindi lei ha iniziato in cantina proprio partendo dalle mura, vedendola crescere e diventare una grande realtà. E in quegli anni veniva in bicicletta. Insieme a lei c’era anche chi andava a lavorare in fabbrica?
“Tantissimi! C’era una vera e propria colonna di persone che da Brendola saliva verso Alte, perché Alte era il punto nevralgico in cui si aprivano le opportunità e tutti cercavano di venire qui. In quel periodo stavano sorgendo diversi poli e industrie come Zompero, M.E.C.C. e altre.”
Tutti in bicicletta, quindi? E molti di quelli che lavoravano in fabbrica continuavano comunque a coltivare la terra?
“Sì, tutti in bicicletta. La tradizione era legata alla terra. I genitori erano agricoltori e i figli, anche se andavano a lavorare in fabbrica, alla sera o il sabato aiutavano nei campi a piantare i vigneti e a coltivarli. Poi la cantina è stata un’ottima cooperativa, perché i soci prendevano più soldi rispetto a chi vendeva l’uva alle cantine private. Proprio per questo hanno piantato molti più vigneti: avevano capito che era una buona fonte di reddito.”
Quindi cresceva l’industria, ma parallelamente cresceva anche un’agricoltura diversa, con una sua strategia?
“Senz’altro, senza alcun dubbio. E la Cantina delle Alte era diventata un punto di riferimento.”
Ricorda l’inaugurazione?
“Certamente. La struttura è stata realizzata nel 1955, anno in cui è stata fatta anche una piccola vinificazione sperimentale. L’inaugurazione ufficiale è avvenuta il 4 settembre 1956. Ricordo che per l’occasione arrivarono grandi personalità, tra cui anche l’onorevole Mariano Rumor”.
Abbiamo visto nelle foto storiche che lo stesso Pietro Ceccato venne da voi. Era una persona curiosa? Lei se lo ricorda?
“Sì, me lo ricordo molto bene. Era un personaggio di cui tutti parlavano. Quando ha iniziato l’attività e ha dato il terreno ai suoi operai, molti sono venuti a stabilirsi ad Alte. Si costruivano la casa da soli, con le proprie mani, usando i blocchi di cemento. Non erano case in grande stile, ma servivano ad avere un tetto sopra la testa.”
E per loro non c’era bisogno di nulla osta!
“Per loro no (sorride), ma per la cantina la selezione era rigida.”
Alla fine, quanti anni di lavoro ha collezionato in Cantina?
“Ho fatto ben 50 anni e mezzo di lavoro, tutto in regola, in quella cantina.”
Allora avevano visto decisamente giusto a concederle quel nulla osta! Nel corso di questi cinquant’anni c’è stato anche un momento particolare legato al suo servizio militare, vero?
“Sì. Quando sono partito per il militare la cantina aveva solo quattro o cinque operai fissi. In quel periodo successe un dramma: un operaio di nome Vittorio, molto bravo nella manutenzione e con i macchinari, litigò con un altro capo e decise di andarsene a lavorare alla Mec. Per la cantina fu un disastro perché non sapevano come far andare avanti la produzione. Il direttore si attivò subito per farmi tornare a casa dal servizio militare. Mi fecero fare prima la licenza ordinaria e poi una licenza agricola, grazie all’intervento di un Generale di Altavilla, dato che sia il presidente sia il direttore della cantina erano di quel paese. Grazie a questi appoggi, il 9 ottobre del 1963 mi ritrovai a casa in licenza. Proprio mentre ero a casa, sentii alla radio della tragedia del Vajont, e mi dispiacque non essere rimasto.”
Un evento terribile. Lei dove si trovava di stanza durante il servizio militare?
“Ero a Feltre. Mi dispiacque tanto non essere rimasto là ad aiutare i miei commilitoni. Proprio in quel periodo a Feltre stavano facendo delle esercitazioni e delle prove d’allarme che si ripetevano spesso.”
Delle vere e proprie prove di evacuazione?
“Sì, scattava l’allarme di notte e dovevi prepararti come se fosse successo un finimondo. Dopo la licenza aiutai a finire la stagione in Cantina e tutto andò per il meglio. Ero l’unico a sapere come far funzionare certi macchinari, in particolare la caldaia, e così ho risolto l’emergenza”
Possiamo dire che anche per lei il lavoro è stato una colonna portante della vita, esattamente come nella visione di Pietro Ceccato.
“Ci si dava da fare e si imparava sul campo, ma ci si istruiva anche. Io e molti altri ragazzi venivamo da Brendola, Io precisamente dalla zona delle Ca’ Vecchie, ai confini con Grancona, e facevamo sette chilometri e mezzo dopo la quinta elementare per frequentare i corsi serali alla Ceccato. Cominciavamo verso le sette o le otto di sera e andavamo avanti fino alle undici o mezzanotte. Dopo aver fatto quei corsi, l’idea iniziale era di andare a lavorare da Ceccato, ma grazie a mio zio sono entrato in cantina e ho risolto la mia situazione. A quei tempi non è che potessi scegliere il lavoro che ti piaceva: accettavi quello che trovavi perché c’era tantissima disoccupazione. Mi ricordo che davanti ai cancelli della cantina, all’apertura della vendemmia, c’erano sempre venti o trenta persone in attesa, sperando di trovare un ingaggio.”
Aspiravano a lavorare durante la vendemmia?
“Sì, per poi lavorare in cantina, ma i posti erano già tutti occupati e noi venivamo assunti come apprendisti. C’erano davvero tanti disoccupati allora, si faceva ancora la fame.”
Era il periodo in cui l’Italia si avviava a vivere il boom economico.
“Sì, ma le cose sono migliorate un po’ alla volta. Io stesso con il lavoro mi sono comprato una Vespa e venivo al lavoro con quella; d’inverno, invece, prendevo la corriera perché pioveva o nevicava spesso.”
Dalle foto che ci ha portato vedo anche un momento importante della sua vita: il suo matrimonio e il trasferimento proprio in cantina.
“Sì, esatto. Mi sono sposato nel 1966 e dopo due anni sono andato con mia moglie ad abitare direttamente nella casa del custode, all’interno del complesso della cantina. E’ stata la nostra casa per 15 anni: la mia vita quotidiana era del tutto immersa in quell’ambiente, giorno e notte.
(foto di lui e la moglie, Maria Maddalena Repele, ai 50 anni della Cantina)
Tornando agli inizi, lei si ricorda come mai la cantina nacque proprio ad Alte?
“La cantina era una società cooperativa. All’inizio si parlava di farla ad Altavilla, poi a Montecchio, ma alla fine acquistarono quell’appezzamento vicino alla ferrovia (la linea è stata dismessa nel 1980). Erano un paio di campi e la cantina comprò tutto. Ci serviva un bel po’ di spazio.”
Una scelta strategica. Si pensava già allora al trasporto su rotaia, una visione notevole se pensiamo che oggi lì vicino stanno costruendo la TAV…
“Eh sì, ci avevano già pensato negli anni Sessanta! Poi l’idea del treno venne abbandonata a favore del trasporto su gomma, ma la visione iniziale era quella. Io intanto continuavo a lavorare sodo, finché sono diventato capo cantina. Per me era un grande orgoglio: mi volevano bene e avevano tanta fiducia in me. Bastava dicessero “C’è Armando” o “L’ha detto Armando” e le cose venivano fatte. Si risolvevano i problemi in fretta.”
Come era strutturata la cantina a livello territoriale e amministrativo?
“Lavorava le uve di tutto il territorio circostante: da Montorso fino a Nogarole, Arzignano, la zona di Sovizzo e dall’altra parte Brendola, Grancona e così via. C’era un sistema ben preciso: un consigliere socio per ogni zona. In tutto erano 18 consiglieri, oltre al presidente e al direttore. Il direttore, Giovanni Pranovi, era il figlio del presidente; aveva studiato enologia e poi aveva fatto un tirocinio di cinque anni a Gambellara, dove c’era una cantina molto più avviata perché lì i vigneti esistevano già da tempo. Forte di quell’esperienza, ha concepito e sviluppato tutto il progetto qui ad Alte Ceccato.”
E la scelta su Alte fu dovuta per superare il campanilismo quindi?
“Proprio così! Uno voleva la sede a Brendola, uno da una parte, uno dall’altra… Alte era un territorio neutro e centrale rispetto ai quattro distretti dei vigneti. Antonio Montagna, un agricoltore di Alte, ci teneva tantissimo affinché la cantina nascesse proprio lì. E la spuntò anche perché ad Alte c’era Pietro Ceccato. Si vedeva che stava nascendo un polo industriale importante. All’inizio c’era la Ceccato, qualche casa intorno e la cantina. Era la vera novità della zona. La storia della cantina si è legata a doppio filo con tutti gli eventi che avvenivano alle Alte, compresi quelli sportivi. Eravamo sempre presenti. Facevamo mostre, manifestazioni e partecipavamo a tutte le iniziative locali. La domenica capitava che fossero aperte sia la Ceccato che la cantina: la gente veniva e passava da una parte all’altra per vedere cosa facevamo, come funzionava la produzione… anche perché in cantina c’era una forte componente meccanica. È stato un periodo bellissimo, gli anni Sessanta sono stati splendidi.”
E lei è rimasto lì fino al momento della pensione. Quando è successo?
“Ho lavorato lì fino al 2007. In realtà avrei potuto andare in pensione un po’ prima, avendo accumulato 37 anni di contributi; ero ancora giovane, avevo circa 52 o 53 anni. Andai a informarmi a Vicenza all’Associazione Artigiani, i quali mi confermarono che potevo ritirarmi. Quando lo dissi al direttore, lui rimase un po’ spiazzato e mi disse: “È meglio che tu resti qua, continuiamo insieme”. Io all’inizio pensavo di mettermi a fare qualcosa per conto mio, ma dato che mi voleva bene e c’era questo legame, sono rimasto lì con lui. E proprio in quegli anni sono stato premiato come Maestro del Lavoro.”
Una bellissima soddisfazione. Come è nata questa candidatura?
“Un giorno venne in cantina un Maestro del Lavoro insieme a un collega per comprare del vino e per vedere come funzionava la struttura. Io li accolsi, spiegai tutto nei dettagli e raccontai la mia storia, senza sapere minimamente chi fossero. Alla fine mi dissero: “Ma sai che noi promuoviamo i Maestri del Lavoro? Vogliamo promuovere te!”. L’anno dopo mi hanno chiamato e siamo andati a Venezia. È stata una bellissima cerimonia con tantissime autorità. C’erano circa 70 o 80 nuovi Maestri del lavoro tra Vicenza e le altre province.”
Ha portato alto il nome della cantina, di cui rappresenta la storia e il valore del lavoro. Vedo che ha con sé un libro a cui tiene tanto.
“Sì, esatto! Ho portato questo libro che custodisco con affetto: è stato scritto per festeggiare i 50 anni della Cantina. È la testimonianza di tutta la nostra storia. Lavoravo lì, ero diventato capo cantina, seguivo la manutenzione dei macchinari e coordinavo gli operai sulle mansioni da svolgere. Sono sempre stato ben visto da tutti e per me è stato davvero bello. Se guarda come sono cambiate le cose rispetto all’inizio… all’inizio la cantina era come era, insomma, molto semplice. Adesso invece c’è tanta tecnologia, c’è un reparto di imbottigliamento enorme che va fortissimo. Le cose si sono trasformate radicalmente.”
Il progetto “Alte e Ceccato, un sogno di città” vuole ricordare la visione illuminata di Pietro Ceccato e dei pionieri che accolsero il suo invito, a sognare in grande. È bello sentire che la cantina ha avuto un ruolo centrale in questo sogno.
“Senza dubbio. Alle Alte arrivava tantissima gente in occasione delle feste, una quantità sproporzionata. C’erano diverse realtà in mostra, tra cui la Ceccato e la cantina stessa, che apriva la domenica per mostrare le proprie innovazioni. E l’innovazione ha riguardato anche la terra: un tempo c’era il vigneto, uva rossa e uva bianca senza una strategia precisa. Poi si è capito che altre uve erano più redditizie. Così sono stati convertiti tantissimi vigneti. Ora si fa Prosecco, Chardonnay, Pinot Grigio oltre alle varietà locali… tutti vitigni di alta qualità. La cantina si è sviluppata tantissimo grazie a questo.”
Negli ultimi anni la struttura ha vissuto ulteriori cambiamenti, giusto?
“Sì, i tempi sono cambiati. Seguendo l’evoluzione del mercato, la cantina si è consorziata prima con la realtà di Gambellara e Val Logra a Malo dando vita a “Vitevis”. Poco dopo si è unita anche la Cantina di Castelnuovo del Garda. È diventata una realtà grandissima, anche se la sede principale rimane probabilmente ancora qui alle Alte.”
Quando abbiamo interpellato l’attuale Presidente, Silvano Nicolato, ci ha detto subito: “Sentite Armando Graser, perché lui è la vera storia della cantina”.
“E’ bello ripensare ai primi anni e alla mia vita passata in Cantina. Ogni anno facevamo spazio per nuove vasche e serbatoi. Ho portato tante innovazioni in cantina perché sentivo mia quella realtà. Certe notti non dormivo per pensare a come risolvere i problemi tecnici. Ero davvero attaccato al mio lavoro e l’ho sempre fatto volentieri. Alla fine ho accettato il lavoro che c’era, ma è diventato il mio lavoro. A quei tempi non cercavi l’impiego dei tuoi sogni, accettavi quello che trovavi, che fosse il muratore o il meccanico, e ti davi da fare. Da lì sono nate tante imprese e tante storie.”
Una bellissima storia che oggi lasciamo come insegnamento ai giovani: a volte bisogna accettare quello che arriva e, con l’impegno, costruirsi il proprio avvenire. Grazie Armando, l’aspettiamo alla Mostra.

