Se c’è un luogo in cui il dinamismo industriale incontra la secolare tradizione della terra, quel luogo è Alte Ceccato. Definita “un sogno di città” in occasione della Mostra, Alte si è sviluppata attorno ai concetti di lavoro, fatica e comunità, seguendo la visione di Pietro Ceccato. È esattamente in questo contesto che, nel dopoguerra, tra le macerie della seconda guerra mondiale, la cooperazione ha dato la sua risposta più forte alle necessità dei piccoli agricoltori. La pietra miliare è stata posata qui nel 1955 con la nascita della Cantina Sociale dei Colli Vicentini, che oggi è diventata il cuore pulsante e la sede del gruppo Vitevis. Nata dall’esigenza profonda di fare filiera, superare le difficoltà del dopoguerra e accedere a mercati altrimenti inarrivabili per il singolo produttore, la cantina è cresciuta in perfetto equilibrio con lo sviluppo industriale locale. Per ripercorrere questa straordinaria storia di contaminazione, mutualità e legame affettivo con il territorio, in occasione della mostra collettiva dedicata al sogno di Alte Ceccato, abbiamo incontrato il Presidente di Vitevis, Silvano Nicolato.
di Flavia Dian
Presidente Nicolato, partiamo dalle origini di questa straordinaria avventura. Per tantissimi anni questa realtà si è chiamata Cantina Colli Vicentini, e le sue radici affondano proprio qui. Ma perché la cantina nacque proprio ad Alte Ceccato? Quale fu la visione strategica dei padri fondatori?
“La scelta di Alte fu estremamente strategica e legata a doppio filo a quel “sogno di città” che si stava costruendo. Dobbiamo citare i veri fondatori di questa visione: Tullio Pranovi e suo figlio Giovanni Pranovi, rispettivamente il primo Presidente e il Direttore della cantina. Dai racconti e dalle opportunità che ho avuto di conoscere Giovanni, emerge chiaramente come Alte fosse il punto perfetto: un crocevia di strade capace di intercettare un potenziale viticolo di grandissimo pregio. Parliamo dei Colli Berici, delle alture di Brendola, per poi arrivare ad Altavilla, Sovizzo, Vicenza, fino a raccogliere le uve che scendevano dalla Valle del Chiampo e dalla Valle dell’Agno. Non è nata “in mezzo al nulla”, come qualcuno potrebbe pensare guardando le vecchie foto storiche. Al contrario, è nata nel “centro del mondo”, in uno snodo vitale.

Lei ha accennato al fatto che la cooperazione nasce sempre da un bisogno. Qual era la situazione nel dopoguerra per le famiglie di viticoltori di questo territorio?
“C’era una voglia immensa di ricostruire e di entrare nel mercato creando una filiera organizzata. La cooperazione diede una risposta a più di 1.000 famiglie che vivevano in situazioni difficili, offrendo una certezza: sapere dove conferire il prodotto e avere la garanzia, a chiusura di bilancio, di una remunerazione dignitosa per il duro lavoro della terra. Arrivammo a contare 1.300 soci viticoltori. Il piccolo produttore, da solo, non avrebbe mai avuto i mezzi per valorizzare il prodotto e portarlo all’estero. In più, c’era un forte spirito mutualistico: un occhio di riguardo per chi “tribolava” di più nei vigneti di collina. Le uve collinari venivano pagate un po’ di più a prescindere: una scelta di solidarietà e di tutela del territorio che trovo totalmente attuale.”
Alte Ceccato è famosa per la sua anima industriale, legata alla figura di Pietro Ceccato. Eppure, la Cantina sociale è cresciuta di pari passo con le fabbriche. Come si è creato questo equilibrio tra agricoltura e industria?
“È un mix unico in Italia. Spesso i territori sono o solo industriali o solo agricoli; qui le due realtà sono cresciute insieme, contaminandosi positivamente. Si è creato un equilibrio bellissimo: i piccoli imprenditori o gli operai andavano a lavorare in fabbrica e, quando tornavano a casa, gestivano il loro vigneto. Ancora oggi, nel nostro punto vendita, incontro clienti che passano a salutarmi e mi dicono: “Mio nonno era socio, mio zio era socio”. Tutti sentono la cantina un po’ loro, come parte del patrimonio di famiglia.”
Questo legame affettivo tocca da vicino anche lei. Qual è il suo percorso personale all’interno di questa realtà produttiva?
“Sono particolarmente legato alla storia dei Colli Vicentini perché è lì che ho iniziato, entrando in amministrazione come consigliere. Successivamente ho ricoperto la carica di vicepresidente per 13 anni. Poi, nel 2015, spinti dallo stesso identico DNA da cooperatori che nel 1955 unì i primi piccoli agricoltori, abbiamo deciso di fare squadra con altre tre cantine del territorio. È nata così Vitevis. Abbiamo aggregato le forze per guardare al futuro, ma mantenendo vivo il cuore e il ricordo dei Colli Vicentini.”

A testimonianza di questo legame possiamo ricordare che, per tutti, al di là del nome ufficiale, siete sempre stati “la Cantina delle Alte”.
“Esatto! Abbiamo contribuito a fare grande il nome di Alte anche perché, fin dalla fondazione, tutti la chiamavano semplicemente “la Cantina delle Alte”. Siamo la prima struttura che si incontra uscendo dal casello autostradale. In passato abbiamo persino dedicato una bottiglia e un marchio specifico ad Alte. È un’identità visiva e storica forte, proprio come la bellissima facciata storica della Ceccato che si vede qui vicino: un simbolo delle origini che va rispettato, coltivato e valorizzato nell’interesse di tutta la comunità.”
Presidente, la mostra collettiva “Alte Ceccato, un sogno di città” vuole proprio fare questo: ricordare il sogno, onorare la storia, ma guardare avanti. L’aspettiamo all’inaugurazione della mostra, sabato 12 settembre. Possiamo contare sulla sua presenza?
“Sicuramente, sarò con voi. Grazie a tutta la comunità per questo splendido percorso.”
